mercoledì, 04 novembre 2009

Per una che le nuvole le ha sempre guardate col naso all’insù, l’esperienza del trovarcisi al di sopra non può che non essere di stupore. Io poi che ho sempre ritenuto di essere affetta da fobia del volo mi sono smentita alla grande nel momento in cui sono salita a bordo dell’aereo. Sarà stata la natura stravagante dell’essere umano o l’idea della bellissima mèta da raggiungere? Non so, fatto sta che la mia paura si è volatilizzata, appunto. Io e mia sorella eravamo partite presto per l’aeroporto di Palermo, in un mattino un po’ grigio di ottobre e con un pensiero fisso nella mente: passeranno i cannoli ai controlli? E la pasta di mandorle? In effetti nel nostro bagaglio a mano nascondevamo delle bombe… caloriche però! Tutto è filato liscio per fortuna e le nostre armi gastronomiche si sono salvate. Prima dell’imbarco una signora anziana si è sentita male e le persone che l’hanno soccorsa si son trovate davanti al marito in evidente stato di scocciatura per quel… contrattempo. Mizzica! La moglie stava male e quello stizzito andava ripetendo “ma non ha mai fatto così… non ha mai fatto così”. Dopo aver scoperto che la signora aveva mangiato un’arancina ed una banana alle 7,30 del mattino ci siamo un po’ guardati tutti in faccia, beh non proprio tutti: quelli che temevamo che la facessero viaggiare comunque. Un signore alto e molto sacerdote ripeté ad alta voce il pensiero nostro: mica la imbarcano? Intanto il medico dell’aeroporto la fece portare via su una sedia a rotelle mentre iniziava l’imbarco.
Ecco, e ti pareva! Ci hanno dato i posti all’altezza delle ali. Ma, tanto, una tavola piatta di nuvolaglia poco interessante ha nascosto per tutto il volo il panorama e non ci è rimasto che guardare la rivista patinata di pubblicità che abbiamo trovato a bordo. In realtà ho  sbirciato il quotidiano che il tale alla mia destra si era procurato, tra quelli messi a disposizione, salendo in aereo. I messaggi che ha inviato col telefonino non sono riuscita a leggerli mannaggia!
“Guarda, una mosca”. – la voce di mia sorella mi ha distratto dai pensieri – cosi nutuli, nenti di chi.
Una mosca si era fatta dare un passaggio e volava due volte: sostenuta dalle sue ali e dall’aereo. Che fortuna!
Una volta messo il naso fuori l’aeroporto di Linate ho chiamato casa.
- ”Milano puzza” – ho esordito.
- “No che non puzza. Quell’odore è il cherosene degli aerei.”
- “Embè? A Punta Raisi tutta sta puzza non c’è.”
- “Lì la zona è più ventilata”.
- “Ah, è vero”
E via, in auto con mio cognato alla volta della Brianza, con i cannoli e la pasta di mandorle che, al solo pensiero, disegnavano ghirigori deliziosi sulle mie papille gustative.

(continua...)

raccontato da: Adelaide_Spallino alle 22:14 | Permalink | commenti (6) | commenti (6)(Popup)
nel vento:
domenica, 01 novembre 2009

Tu non sai


Tu non sai: ci sono betulle che di notte levano le loro radici,
e tu non crederesti mai che di notte gli alberi
camminano o diventano sogni.

Pensa che in un albero c'è un violino d'amore.
Pensa che un albero canta e ride.
Pensa che un albero sta in un crepaccio e poi diventa vita.


Te l'ho già detto: i poeti non si redimono,
vanno lasciati volare tra gli alberi come usignoli pronti a morire.

(Alda Merini)

raccontato da: Adelaide_Spallino alle 21:07 | Permalink | commenti (3) | commenti (3)(Popup)
nel vento:pause, selecti flores
giovedì, 15 ottobre 2009

melagrana

 

In questo ottobre in cui si insinua l’inverno, in questo mese di melagrane e castagne, accarezzato da un’aura astrale sognante e da un vento freddo che pungola il tempo a far presto è arrivato per me il momento di un viaggio. Prenderò il primo aereo della mia vita e per la prima volta andrò in Lombardia dove mi aspetta la nascita della mia nipotina Aurora e non sto più nella pelle. Non vedo l’ora di poterle guardare le mani, il viso, di sentire il profumo buono che hanno sempre tutti i bimbi e di bearmi ad ogni minima smorfietta involontaria che farà. Non sta bene andar via senza salutare così ecco, a presto ragazzi e…
state buoni, se potete…

raccontato da: Adelaide_Spallino alle 22:17 | Permalink | commenti (13) | commenti (13)(Popup)
nel vento:
domenica, 04 ottobre 2009
La signora è anziana e, sorretta da una stampella e da un soccorritore in divisa militare, sta per salire su un elicottero.
L’inviata del tg la bracca col microfono:
- Signora lei è stata travolta dal fango?
- Si, si completamente… - risponde composta.
- Ma completamente?
- Si, si… ho perso tutto, tutto… - la voce trema.
- E … come si sente?
- E comu m’haju a sentiri?


Già. E come mai si deve sentire questa persona? Di certo non come minchia si sentono questi inviati geniali dei tg, perché non se ne salva uno. I fatti drammatici ed eclatanti che accadono nel nostro paese rivelano ogni volta l’inettitudine e la mancanza di rispetto dei media per chi quegli eventi li vive, in nome dell’informazione (dicono loro). Con il terremoto in Abruzzo ho pensato che questo tipo di giornalismo avesse toccato il fondo: insomma quando punti telecamera e faro a dei poveri cristi che dormono in auto chiedendogli “come mai” vuol dire che stai proprio messo male. Quando ritieni che piombare in una tenda, svegliando chi tenta di riposare e chiocciando “disturbiamo?” sia un bell’esempio di giornalismo, vuol dire che stai proprio alla frutta. Ecco io pensavo, che le polemiche suscitate da questo genere di servizi , che l’indignazione generale e quant’altro fossero serviti a qualcosa. Macché. Quello che è successo in provincia di Messina ha tolto dalla naftalina questi cervelli ignobili e ha ridato loro vitalità, non tanta, giusto quella per farli trottare alla volta del “luogo della tragedia” e portarli a dire quelle tre o quattro stronzate programmate dal loro minineurone attivo. Ho letto diversi articoli, per lo più sui quotidiani online, ed ho letto i commenti dei lettori di ogni parte d’Italia. Minchia! Molti si esprimono nei confronti di noi siciliani come se fossimo perenni protagonisti di un film sulla mafia. Come se fossimo smidollati, privi di senso civico e di voglia di lavorare (vabbè questa è cosa radicata ormai, ci abbiamo fatto il callo). E poi, cosa assai gradita (capirai) è il fatto che ognuno millanta di avere la soluzione ai mali della Sicilia. Mike, manda i consigli dalla regia che è meglio.


Due anni fa, lungo il tragitto che dal mio paese porta a Sciacca, ho fatto un reportage fotografico sulle condizioni della strada fino a Ribera (la città delle arance o di Francesco Crispi, una delle due a scelta). Ho inviato tutto via e-mail ad un certo Bertolaso. E’ troppo impegnato, non mi ha risposto.


Ovviamente la mia arroganza non mi ha consentito di meditare sul fatto che uno come lui non potesse avere il tempo di occuparsi di quella bazzecola. Alcuni giorni fa percorrere quella strada, battuta dal maltempo che anche qui non ci ha risparmiato, ha significato mettere a repentaglio la propria vita.
Il disastro idrogeologico del nostro Paese, alias l’Italia, è conclamato. E come una malattia che dopo un lungo periodo di incubazione sta venendo su con degli enormi bubboni pestilenziali. Nel Sud lo scempio è stato effettuato in gran quantità, per anni e con una certa disinvoltura: ma chi ha autorizzato? La domanda s’intende essere retorica, ovviamente.


Giovedì sera sono tornata a casa, per necessità, a piedi sotto un diluvio pazzesco, il mio ombrellino non reggeva la furia della pioggia ed i lampi illuminavano a giorno l’intero paese. L’acqua entrava nelle scarpe a fiotti, i jeans erano inzuppati ed il mio cuore in tumulto. Ero quasi arrivata quando mi ha sorpreso il black out. Sono giunta davanti casa ma non riuscivo a vedere la serratura della porta. Un lampo mi ha consentito di infilare la chiave, aprire, entrare e sentirmi al sicuro. Non dovrebbe essere così per tutti?
Intanto niente paura, noi siciliani, i messinesi soprattutto a breve vedremo l’inizio dei lavori di quella immane stronzata che è il Ponte sullo Stretto, ça va sans dire.



Vespa, prepara il plastico va.




raccontato da: Adelaide_Spallino alle 22:07 | Permalink | commenti (15) | commenti (15)(Popup)
nel vento:
domenica, 27 settembre 2009
Il tempo per scrivere, e non solo, è pochissimo. Un piccolo ritaglio che a stento si fa largo in una quotidianità piena e intensa che consente perfino poco spazio ai pensieri che sgomitano e cominciano a stare stretti lì, dove ci sono anche quelli che amano stare nascosti. Se trasformi una passione in lavoro devi aspettarti di esserne presa tanto, tantissimo: come un amore egoista che risucchia tutte le tue energie, con la differenza che a sera, stanchezza a parte, non ti senti svuotata ma gratificata e non ti stupisci più del fatto che perfino i tuoi sogni ora sono popolati da persone che ti chiedono se è arrivato il tal libro ordinato.
A metterci il carico ci sono poi gli orari scolastici del neoliceale di casa: per cinque giorni alla settimana mio figlio torna alle 14,30, roba che quando finiamo di pranzare è ora di far merenda. Non dico che il ritmo giornaliero è forsennato ma molto movimentato sì.
Ora dico, dovrei pesare niente rispetto alla vita che faccio da cinque mesi a questa parte, ed invece nisba! Non riesco a metter giù un grammo, sob! Ah, nella mia mente immagino cose bellissime: mi vedo andare in giro per negozi trovando la gonna giusta senza subire lo sguardo compassionevole della commessa che cinguetta “di questo modello la misura per lei non c’è”. Ma mentre si volta e si allontana mi compiaccio del suo sedere piatto e dei suoi fianchi androgini che tengono su malapena un jeans che vorrebbe essere una specie di richiamo per il genere maschile che si trovasse a passare di lì.
Nella mia mente creo un’altra me che va in palestra regolarmente e si sfinisce tanto da non riuscire più a sollevare un misero muffin, ma le scarpe di ginnastica sono ormai esangui e passo ogni giorno accanto al loro capezzale rivolgendo solo un mesto pensiero, corredato da sospiro, a quanto hanno saputo fare per me un tempo. A volte rischio di sentirmi un po’ avvilita, ma poi seguo con un dito il profilo del mio viso privo della benché minima ruga nonostante i quasi 42 anni, mi osservo meglio allo specchio e lancio un’occhiata impertinente alle mie forme scrollando le spalle. Ma, sì. Incontriamo tanta gente a questo mondo che ha come sport preferito quello di farci sentire inadeguati perché agevolarle il passatempo?
Io ho raggiunto un momento della mia vita in cui vivo in stato di grazia con me stessa e non ho dubbi sul fatto che questo possa durare, visto il percorso fatto per arrivarci. Sorrido adesso pensando alla figlia di una mia amica che ha chiesto alla madre se io sono stata sempre così folle e si è sentita rispondere che per me è normale esserlo! Ecco,  la libertà personale è una vera follia? Andare dritto per la propria strada nonostante tutto quello che rema contro, per riassumere in una frase mille concetti,  nonostante le incognite e le incertezze, ed avere la forza e la caparbietà di trasformare queste ultime in realtà, nonostante, o forse soprattutto grazie a, ciò che è diventato “la mia impronta sulle dita” : questa è follia? Forse sì. O magari.

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nel vento:vitamea
mercoledì, 09 settembre 2009

Che bella la prima pioggia dal fruscio autunnale! Nel suo costante ma dolce incedere sconvolge i profumi ed intimidisce il sole.
Le melagrane, che in questi giorni piegano i rami, luccicano, mentre la sera scende sulle vie bagnate ed i suoni si fanno sempre più lontani, fino a scomparire dentro le finestre chiuse delle case.

Il tempo scandito dalle minuscole gocce sottolineate attorno alla luce dei lampioni, gli ombrelli comparsi qui e là a coprire passi frettolosi, l’aria limpida e fresca. Ed io, con ancora in bocca il sapore di succose more strappate ai rovi in una sera di vento e nuvole sparpagliate a casaccio nel cielo. Io, dicevo, che torno a casa sotto questa pioggia benevola e poetica con i miei sandali, precarie calzature in questa occasione, ed un ombrello blu che non ripara granché.

Faccio un ripasso veloce di questa giornata che sta per finire: riassumo i volti, raccolgo le parole, un pensiero coccola l’abbraccio di una mia amica, allineo i sorrisi ricevuti e quelli regalati, soprattutto ai bambini. I più piccoli entrano per mano ai genitori ed io mi devo sporgere dal banco per vederli bene mentre marciano vero lo spazio dei libri colorati dedicati a loro. Quando ritornano indietro stringono nelle piccole mani una fiaba che servirà ad accarezzare il loro sonno o quello di chi la leggerà per loro. I più timidi si limitano a guardare con attenzione, senza dire neanche una parola, i miei gesti mentre ripongo il libro in un sacchetto come se temessero che possa sparire.

La pioggia rallenta, si dirada la sua fragile coltre e tace la sua voce proprio mentre arrivo a casa.

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nel vento:pause
martedì, 01 settembre 2009
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nel vento:pause
domenica, 30 agosto 2009

Il volo basso e frenetico degli uccelli, il sopraggiungere di nuvole nere e il rumoreggiare di tuoni sempre più vicini. Ieri pomeriggio un assaggio di autunno, troppo poco perché l’aria diventasse limpida e priva di quell’afa che da giorni e giorni insiste con la sua presenza, ospite sgraditissimo. Tutto questo mi ha fatto pensare alle mele e ad una torta buonissima e semplice da fare la cui ricetta non ricordo più dove ho trovato. Eccola:

200 g di farina – 150 g di zucchero – 2 uova intere – 60 g di olio di semi – ½ bustina di lievito per dolci – buccia grattugiata e succo di un limone – una tazzina di latte – 4 mele – uva passa – pinoli – cannella in polvere.
Si montano le uova intere con lo zucchero finché non diventano spumose e si uniscono, un po’ per volta, l’olio, il succo e la buccia grattugiata del limone, la farina ed il lievito sciolto nel latte. Il composto ottenuto si versa in una teglia imburrata ed infarinata [io uso il pangrattato al posto della farina, è meglio] di circa 26 cm di diametro. Sopra si dispongono le mele lavate, sbucciate e affettate in otto parti ciascuna. A questo punto io cospargo la torta [non era previsto difatti nella ricetta originale] di una piccola manciata di uva passa, precedentemente fatta rinvenire in un po’ di marsala [lei lo preferisce ai sali ahaha, uhm vabbè…], di un po’ di pinoli, di zucchero semolato e cannella in polvere.
Il dolce così ottenuto va in forno a 180° per 35 minuti.

torta di puma

raccontato da: Adelaide_Spallino alle 08:36 | Permalink | commenti (13) | commenti (13)(Popup)
nel vento:il ricettacolo della passione
martedì, 18 agosto 2009

stradina ad  Erice

Caldo. Lungo e caldo mese di agosto. Ma nessun granello di sabbia dentro la clessidra. Il tempo è scandito senza equilibrio alcuno nell'avvicendarsi dei giorni. Albe chiarissime dai nitidi profili all'orizzonte sembrano scorrere velocemente, mentre le notti, seppur costellate da suggestive e tremule luci, si allungano indolenti sui rumori tipicamente estivi a cui l'orecchio difficilmente si abitua. La finestra aperta è impietosa ma lascia il passo a piccoli aliti di vento che gonfiano la tenda come una vela sul mare mentre la stanza raccoglie una frescura insperata.
Da alcuni giorni timide nuvole puntellano il cielo ma nessuna in realtà è gravida di pioggia, l'unico suono assente e di cui sento la mancanza. Vorrei ascoltarlo la notte per riappacificarmi con lei. I profumi regalano invece altre sensazioni, si distendono attorno ammorbidendo l'eccessiva luminosità di questo mese e rimandano ricordi di bambina perché da sempre mi sono appartenuti: il basilico che svetta dal suo vaso, la menta appena raccolta, il gelsomino che dondola le sue stelline bianche e la fragranza di una melanzana che sfrigola nella padella di una cucina qualsiasi.
Ed allora io che amo perdermi nei colori e nei primi silenzi autunnali divento indulgente con questo scorcio d’estate e lascio che la sera, tornando a casa dal lavoro, il mio passo si faccia lento per assaporare ogni istante e farne un buon ricordo per l’inverno.
Così stasera, che tornavo a casa col sole che già era tramontato e le luci dei lampioni sfumavano le ombre sui muri delle case, un brano di musica classica si diffondeva nell’aria e mi è sembrato di vivere un po’ d’autunno quando un refolo fresco mi ha pizzicato le braccia.
Giusto un po’.

raccontato da: Adelaide_Spallino alle 23:02 | Permalink | commenti (20) | commenti (20)(Popup)
nel vento:pensieri
domenica, 09 agosto 2009

solo una finestra
(Foto di Adelaide Spallino ©)

L’estate mi passa accanto, solare e sfacciata come una ragazza che sa farsi notare. Profuma di pesche ed ha il sapore di granita di limoni e brioche appena sfornata. Ho deciso di non soffermare troppo lo sguardo su di lei ma i suoi colori sgargianti fanno bella mostra di sé e stuzzicano il mio interesse. Mi segue mentre cammino ed i miei sandali sprimacciano le vie di questo paese, affonda soffiando tra i miei capelli sollevando le ciocche di ricci ormai accorciati e si muove ancheggiando col suo mare sulle spiagge. Mi è apparsa pur splendida una domenica qualsiasi durante una lunga passeggiata attraverso la costa, passando tra i vigneti della Valle del Belice e salendo su verso la parte nord occidentale della mia isola piacevolmente abbandonata tra le sue braccia. Dall’alto di Erice la vista è di una bellezza che fa perdere il fiato, con le Isole Egadi che sembrano potersi toccare allungando una mano mentre per le sue stradine il cicaleccio sommesso dei turisti incontra la quotidianità degli abitanti senza che essa venga scossa più di tanto. Le botteghe di artigianato si snodano lungo la via principale e si affiancano in piacevole alternanza di profumi e sapori - il pesto trapanese e i dolci ericini di mandorle – e arte espressa nella ceramica del luogo. Il ritorno prevede un pingue bottino ed una visita, che aspettavo di fare da tempo, a Mazara del Vallo. La città è deserta e silenziosa, dà un senso quasi di desolazione e se non fosse per le insegne dei negozi e di qualche rara auto che incrociamo sembrerebbe priva di vita. Il lungomare è molto bello ma io sento nell’aria di essere finalmente vicina al mio scopo e non mi importa granché. Il Museo del Satiro Danzante è a due passi da lì e lui, su un piedistallo inserito in una base antisismica è una meraviglia. Lo osservo incantata, ci giro intorno e chiedo – sapendo già la risposta però – se posso fotografare. No, non si può. La signora non si impietosisce, e perché mai dovrebbe? Chissà quante persone ha imparato a tenere a bada. I miei occhi e la mia mente sono rapiti mentre mi soffermo sulla plasticità del movimento in cui è stato creato ed immagino le sue braccia aperte mentre spicca quel magnifico salto durante il furore bacchico, tenendo in una mano il tirso e nell’altra una coppa di vino. Immagine che si scolpisce nella mia mente e che alimenta una promessa a me stessa: tornerò presto a trovarlo.
Fuori il Museo riappare lei; con la sua gonna frusciante e tintinnanti collane al collo alita la sua gioia stravagante sulle colline dorate, sugli ordinati filari di vigneti e mi riporta grida felici di bambini e odor di salsedine che entra in auto dal finestrino abbassato. Mi lascio andare a pensieri silenziosi e chiudo gli occhi cullata da questo tempo che mai come prima sta dando un senso così profondamente diverso al mio divenire. E mi piace quello che sento dentro di me, intensamente lo sento, ora che sempre più la mia anima si apre come una finestra sul mare.

raccontato da: Adelaide_Spallino alle 16:56 | Permalink | commenti (12) | commenti (12)(Popup)
nel vento:io